Elisa Gambardella

Blog di Elisa Gambardella

Assistente politica del Segretario Generale di SOLIDAR, http://www.solidar.org/ 

Muoviamoci

A meno che non si abbia una formazione politica (non necessariamente partitica) o non si abbiano studi umanistici solidi alle spalle, è difficile non rimanere persuasi dal mantra del momento: destra e sinistra non esistono più e la nuova frattura è tra chi ha una visione del mondo aperta e chi chiusa. Proviamo a calarci nei panni di chi ascolta ripetutamente questa frase e non ha categorie mentali condizionate da una visione politica del mondo, per capire meglio.

È difficile non convincersi che, effettivamente, destra e sinistra non siano state superate dalla storia. Pensateci, se si osserva il dibattito politico se ne trova conferma, in Italia e non solo. Partiamo da casa nostra: la composizione della maggioranza di governo; il grande scontro UE/governo italiano sulla legge di bilancio; il dibattito sull’immigrazione e quello sulla digitalizzazione del lavoro.

Sorvoliamo sul fatto che la legge di bilancio con cui, secondo i suoi autori, il popolo avrebbe riacquistato sovranità, sia quella in cui l’Italia ha avuto meno voce in capitolo. Sorvoliamo anche sul fatto che sia una crisi di gestione di flussi migratori e non tanto di migrazioni in sé.
Ci accorgiamo, allora, che nel dibattito sulla legge di bilancio e il debito pubblico si sono allineati Sinistra italiana e Lega Nord. Che Mélanchon e Corbyn hanno sostenuto Di Maio e Salvini. Che, dentro la maggioranza di governo, convivono figure che qualcuno presume essere di sinistra, come Roberto Fico, e Giancarlo Giorgetti, che crede fermamente in tutti i principi cardine della destra conservatrice. Opposti a questo fronte, troviamo (né più né meno compatti della maggioranza di governo, a seconda del provvedimento in esame) il PD, +Europa, Forza Italia.

Spostiamo ora lo sguardo sul fronte immigrazione. I deputati Nicola Fratoianni (Sinistra italiana), Stefania Prestigiacomo (Forza Italia) e Riccardo Magi (+Europa) salgono insieme sulla nave Sea Watch (“violando le leggi italiane”, secondo Matteo Salvini), dando a chi non ha votato né Cinque Stelle né Lega un rarissimo momento di dignità nel dibattito politico. Al netto di Sinistra italiana che poco compare, in realtà, nel dibattito politico nazionale e dunque qui rileva solo parzialmente, siamo di nuovo di fronte a uno scontro tra visione liberale/aperta opposta alla visione protezionistica/chiusa del mondo, seduta ai banchi del governo.

Digitalizzazione del mondo del lavoro. Tutti indiscriminatamente temono la scomparse dei posti di lavoro. I Cinque Stelle sfoderano il Reddito di cittadinanza (non-soluzione al problema) e lo fanno con il sostegno della Lega. Contrari al provvedimento si sono dichiarati PD, Forza Italia e Liberi e Uguali. Sorvoliamo anche qui sulle diverse ragioni dei tre soggetti, perché non sono queste a rimanere impresse a chi può essere persuaso che destra e sinistra non esistano più.

Se si riconosce il fatto che esistono caratteristiche strutturali nella nostra società, prevalentemente causate dalle caratteristiche del nostro modello economico, è evidente che apertura/chiusura non è una frattura politica, ma una baggianata. I problemi strutturali si risolvono con politiche strutturali. Se nasci povero e sei quasi automaticamente condannato a non poter ambire a nulla più che la sussistenza, non ci si può appellare al “quasi” per sbarazzarsi di una questione che è strutturale. E che, per chi è di sinistra, consiste in un problema del modello economico da correggere con politiche sociali e regolazione del modello economico stesso e, se si è di destra, si ritiene risolvibile garantendo quanta più libertà economica possibile. Sto semplificando. Ma il concetto è che apertura e chiusura sono due veli narrativi con cui non si tenta di trovare una soluzione, ma semplicemente di imporre una visione. Che resterà superficiale, perché non appena si mette il naso nella sostanza è necessario compiere scelte centrate su una domanda fondamentale: qual è il punto di equilibrio sociale tra libertà e pari opportuinità? 

Sinistra e destra esistono ancora, ma vanno aggiornate. Per esempio, in un mondo civile i diritti civili non dovrebbero appartenere a nessuna delle due categorie. La digitalizzazione del lavoro dovrebbe trovare un'interpretazione progressista che protegge chi rischia di restare intrappolato nel digital divide e al contempo regola l'innovazione tecnologica affiché serva l'uomo. I flussi migratori dovrebbero essere governati secondo una visione multilaterale che, se di sinsitra, prevede di mettere al centro dell'analisi i bisogno dei popoli e, se di destra, mette al centro la crescita economica.
In un mondo che si risveglia dal sonno della ragione, esistono i deboli e i forti. E ci sono analisi delle ragioni dietro la debolezza di tanti e la forza di pochi. A quel punto, non è la visione aperta o chiusa del mondo a trovare le risposte, bensì la compresione che ciascuni di noi ha di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. E sono l’esperienza personale e la formazione a guidare la nostra comprensione del concetto.

Naturalmente, questa baggianata è una cosa seria, perché a rimanerci fregata è quasi esclusivamente la sinistra progressista e riformista. A guadagnarci restano il liberismo sfrenato, che trova i suoi nuovi campioni nella visione "aperta", e la visione regressiva, come quella del governo italiano e dei suoi simili (ideologicamente) nel mondo, da Trump a Orban, che naturalmente ha i suoi eroi tra i protezionisti/chiusi. Guarda caso, i migliori promotori di questa visione del mondo sono tra i forti. Vale per entrambi gli schieramenti.

Sorge un dubbio, allora. Che stiamo vivendo in una profezia che si sta autoavverando. Con la consapevolezza che non sia affatto facile scuotere leadership e masse dal sonno della ragione e riassumere coscienza; che organizzare gruppi politici e sociali sia più difficile che mai. Ma anche che non sia impossibile. Per prima cosa, pero’, occorre destarsi e tornare coscienti.  Come disse Rosa Luxemburg: chi non si muove non nota le proprie catene. Muoviamoci, o l'unica risposta alternativa verrà in forma di confusione sociale, proprio come i gilets jaunes. 

Framment(at)i

Non ho una lunga storia, eppure mi è già capitato di cambiare opinione su un tema in base a incontri, esperienze e informazioni acquisite nel tempo, che hanno influito sulla mia sensibilità, politica e non.

Tra i temi su cui non ho però mai cambiato opinione, c’è l’idea che la sinistra debba marciare unita. Che unire tutti gli oppressi sia il cuore di qualsiasi battaglia per la giustizia sociale e, dunque, che la frammentazione della sinistra sia un male assoluto per la difesa dei più deboli.

Appartengo alla generazione nata in contemporanea alla fine della prima Repubblica e la caduta del muro di Berlino. Il tentativo di capire alcuni tra i meccanismi che muovono i rapporti tra le diverse voci della sinistra non è stato sempre lineare: ha richiesto tempo, studio e soprattutto ascolto di chi c’era quando in effetti le differenze erano nettissime. 

Nondimeno, cercando di capire il perché di tanta frammentazione, ho imparato anche ad apprezzare la fermezza con cui viene difesa la propria specificità da parte delle diverse anime della sinistra. Da 10 anni milito in un partito ormai piccolo in Italia, perché riconosco le ragioni identitarie che ne motivano l’esistenza. Oggi, non vedo contraddizione tra l’esistenza di più partiti e la possibilità di condurre lotte comuni. Forse perché cresciuta con una mentalità da proporzionale e dunque da coalizione, credo che le alleanze possano convivere con il conflitto. Che fronte comune non significhi annullamento di uno nell’altro, bensì compensazione e bilanciamento per avere una copertura di interessi più completa.

È il piano del dover essere naturalmente, non coincidente con quello dell’essere. Perché in quello dell’essere entrano in gioco le interpretazioni e le relazioni personali. Ma restiamo sul piano del dover essere, ché da qualche parte è necessario iniziare. Credo, dunque, che si possa convivere mantenendo le proprie specificità, per raccogliere una comunità e tenerla unita attorno a concetti identitari forti, senza per questo escludere la collaborazione con chi condivide valori di fondo, senza condividere il 100% di un programma di governo.

Perché il nemico è esterno. Il nemico è la destra, sono le disuguaglianze e l'ordo-capitalismo. Il nemico è chi sfrutta e opprime - vuoi con la frusta, vuoi con la liberalizzazione sfrenata a unico vantaggio di chi è nato privilegiato.

Questo post è in realtà una lunga premessa per spiegare quanto ritenga sbagliati, storicamente, i recenti annunci di Mélenchon sull’Unione europea e la lotta aperta tra Commissione e governo giallo-verde. Così come quelli dei Brexiteers di sinistra. Ma ci vuole una riflessione a parte, che troverete a breve su questo blog. 

 

Se partissimo dai fondamentali

Ci sono temi su cui Cinque stelle e Lega sollevano quesiti giusti, anche se poi forniscono risposte sbagliate. Tra questi, la necessità di far scoppiare la bolla europea: per loro, come per tutti i sovranisti, significa distruggere il progetto di unione europea, per me (e i socialisti europei) l'esatto opposto: abbattere la distanza che separa le istituzioni dai cittadini per rafforzare l'unione, rendendola più democratica e inclusiva.

In molti paesi europei ci si sta preparando all'appuntamento elettorale di maggio 2019 stilando liste e programmi. In Italia ci arriveremo più in là. Non significa però che nessuno ne stia parlando, anzi, è il momento delle elucubrazioni più fantasiose. Che come da "miglior" tradizione, anziché partire da un’analisi della situazione politica e dal programma, partono dalle liste.

Eppure se è vero che è giusto far scoppiare la bolla per abbaterne le pareti, è anche vero che per farlo servono una discussione e un dialogo che coinvolga tutta la sinistra – non si cambia l’Europa da soli in generale, ancor meno in un momento in cui i nazionalisti avanzano programmi radicali di dis-integrazione europea. Ci vogliono proposte altrettanto decise e ferme. L’Europa è davvero a un bivio questa volta e con essa lo è la democrazia. Senza esagerare.

Servono punti fermi da cui partire, perché la bolla scoppi come intendiamo noi. Un’Europa dei popoli e un’Europa dalle forti politiche sociali, che dal pilastro per i diritti sociali porti a una riflessione su una progressiva integrazione del sistema di welfare a livello europeo. Senza farne tema tecnico bensì puramente politico - siano i partiti a parlarne prima delle amministrazioni nazionali. E se i partiti di sinistra discutessero e convergessero con un nuovo spirito fondativo, non eserciterebbero forse una forza attrattiva diversa? Un patto per l’UE sostenibile socialmente e ambientalmente. Di certo, però, non potrebbe trattarsi di un’altra bolla, distante dalla realtà. Dovrebbe essere ampia per abbracciare visioni adesso non collidenti, ma precisa nel determinare pochi punti di partenza. Quelli essenziali.

E per invertire la rotta e spostare la prua dalla collisione assicurata, perché non dare un segnale, portando i pezzi della sinistra che condividono questa visione a parlarne proprio a Bruxelles?

Alla frontiera

In coda alla dogana per il controllo passaporti ci si sente fuori dal tempo. Soprattutto varcando il confine di un paese in cui lo spazio libero di discussione democratica è sempre più fragile.

Sono su un pullman che da Zagabria, con una rotta poco logica, mi porta prima a Budapest e poi, da lì, a Belgrado. Si viaggerà tutta la notte, un po’ scomodi e con compagni di viaggio di vario tipo.

A Zagabria ho incontrato alcune tra le associazioni più attive nella società civile croata. Il Center for Peace Studies, per esempio, svolge un lavoro noto ai Croati e rivolto a stimolare la cittadinanza attiva e ala partecipazione politica tra i giovani, oltre che svolgere il lavoro da centro studi in senso stretto, in particolare orientato allo studio e alla mappatura delle disuguaglianze. Ho scoperto in quest’occasione che la responsabile esteri dei giovani socialdemocratici croati ha iniziato ad interessarsi di politica proprio grazie alle loro attività. Naturalmente, sono in prima fila nell’opposizione a un governo che soffia in modo spregiudicato su ricordi nazionalistici, in un paese dove chi ha più di 30 anni ricorda molto bene, quando non ha fatto in modo diretto, la guerra. Eppure Zagabria è vivacissima e la sua società civile, anche se in allarme, è visibilmente molto frizzante.

Al confine l’aria è diversa. Nel corso delle ultime tre settimane ho incontrato ricercatori dell’Università dell'Europa centrale (CEU) con sede a Budapest e attivisti che si oppongono al governo di Orbàn. Abbiamo parlato a lungo e ciascuno esponeva la stessa situazione: in quattro anni, dal 2014, siamo passati da quelle che sembravano annunci farneticanti di un megalomane alla chiusura di corsi universitari e a una lista pubblica di individui stilata dal governo per denunciarne l’attività “di agenti degli Stati Uniti che operano contro l’interesse nazionale e della cristianità”. Il problema è che nella lista non c’è soltanto Soros (che è ungherese), ma anche attivisti dai mezzi assolutamente inferiori e dunque molto più esposti.

Ecco come un banale controllo del passaporto mi fa sentire fuori dal tempo. O fuori dall’Europa, eppure non potrei esserci più ci sono in mezzo di così.

È una sensazione strana. Per chi è impegnato politicamente, come me, è molto difficile non sentirsi complici dell’asfissia dello spazio democratico in paesi così vicini. Perché la politica a cui partecipiamo non ha realizzato uno spazio democratico europeo sufficientemente sviluppato, a livello sovranazionale, per non essere impotenti di fronte alla realtà che affrontiamo oggi.

Ci si domanda come è possibile che la popolazione ungherese abbia scelto una strada che sta portando il paese sempre più fuori dall’orbita delle democrazie liberali e sempre più in quella delle democrazie malate, alla Erdogan. Perché anche se Orbàn ha istituito una legge elettorale con un forte premio di maggioranza, è pur sempre vero che non solo è stato democraticamente eletto, ma che lo è stato con ben il 49% dei consensi. Si può sempre dire che è meno del 50%, ma non si può certo affermare che non goda di supporto popolare. Ecco perché ci si sente complici.

Ho chiesto a tutti i miei interlocutori cosa stia facendo l’opposizione. Risposta: si frammenta e perde sempre più efficacia. E ormai siamo al punto per cui il potere di Orbàn è talmente consolidato che è iniziata l’introduzione di leggi come quelle citate, che reprimono lo spazio di partecipazione civile e la possibilità di organizzazione dell’opposizione. Ma non va dimenticato che è in rimo luogo l’opposizione qd qver perso tempo.

Il pensiero corre all’Italia. Anche quello dei miei interlocutori. Tutti chiedono con curiosità e allarme cosa stia succedendo. Mentre attraverso il confine, mi convinco sempre più che sta succedendo qualcosa di molto simile: la tendenza a mentire da parte del governo, perfino sui dati, sul significato delle misure che si vogliono introdurre, sulle motivazioni a esse sottese. La negazione di ciò che si è detto il giorno prima, il ribaltamento del significato delle promesse elettorali. La deliberata violazione dei diritti fondamentali e del diritto internazionale in nome di un nemico che finalmente ci unisca.
“Prima gli Italiani”. Ci volevano i migranti in fuga dalle guerre, i disastri climatici e la miseria per fare gli Italiani...chissà che ne penserebbero D'Azeglio e Cavour.

E intanto l’opposizione è frammentata, muta e inefficace. A domandarsi che ne direbbe Cavour anziché reagire, organizzarsi, galvanizzare i movimenti giovanili e le tantissime realtà che nella società civile animano l’unica resistenza culturale alla mattanza attuale dei valori di solidarietà, giustizia sociale, libertà collettiva e individuale.

Molti ancora pensano che in Italia non possa succedere ciò che sta accadendo in Ungheria. Ma mentre aspetto che mi restituiscano il passaporto guardo il poliziotto e mi chiedo: perché? E cosa impedisce all’Italia di precipitare in una situazione simile? Abbiamo argini più solidi, certo. Una democrazia un po’ più matura. Eppure gli Ungheresi vengono agitati da Orbàn al grido della gloria nazionale perduta nel tempo. Gli Italiani si scaldano per l’assalto ai confini da parte dei migranti. La protezione dei confini. La promessa di cambiare tutto, anche se è a costo di un ulteriore indebitamento pubblico e di tassi di interesse più elevati. Che pagherà soprattutto la nostra generazione. Anche gli Italiani sono in preda allo stesso delirio.

E dunque, cosa ci protegge davvero? Pensavamo che l’Unione europea fosse una protezione. Lo può essere, ma oggi è impotente. Lo diventa solo se la rendiamo più democratica, per esempio con più poteri al Parlamento europeo e meno al Consiglio. L’Ungheria è nell’UE, ma ci sono liste di individui che, per il solo motivo di aver espresso dissenso nei confronti della linea di governo, sono ora esposte al pubblico quali nemici del popolo.

Abbiamo criticato tanto la democrazia, ma è la sola protezione reale. Ora sono gli Ungheresi, domani siamo noi. Ora sono gli immigrati, domani chissà.

Ribelli sparsi e dispersi

Sarà uno spazio per fare eco, rendere più note e incoraggiare quelle voci attualmente sparse e disperse, ma non per questo inesistenti, che si ribellano all'appiattimento e l'abbruttimento del dibattito politico.

Ci sono realtà ben più frizzanti nel dibattito di ciò che l'opposizione ha finora dispiegato. Ma non attirano attenzione mediatica e soffrono della mancanza delle risorse necessarie per avere risonanza, finanziarie ma non solo. Dandogli spazio qui, si intende contribuire a scuotere il dibattito e dimostrare che le alternative esistono. Tra queste...

A luglio ero in Spagna, Andalusia, dove si è tenuto il campeggio annuale dei giovani socialisti europei. Si è discusso di quasi tutto: Europa sociale, politica economica, diritti, politica estera, risposte al nazionalismo e organizzazione della comunità giovanile progressista, sempre più frammentata e divisa.

L’ultimo weekend di settembre sono stata a Francoforte per partecipare alla conferenza dei giovani socialdemocratici tedeschi sullo stato dell’Unione europea. Si preparano alle elezioni del prossimo maggio e hanno allestito una due giorni di dibattiti per formare i propri militanti e mobilitarli. La conferenza era intitolata “No Confini”. Si è parlato di politica e politiche, di alleanze alternative alle grandi coalizioni con i conservatori che possano dare forza a un programma realmente progressista. Si è parlato anche di superamento del capitalismo, modelli economici alternativi che siano sostenibili per le persone quanto per il pianeta.  

In Italia, a Bologna, si riunisce nel primo fine settimana di ottobre l’assemblea nazionale di di Non una di meno, che in tre anni è diventata una realtà femminista sempre più solida. Che dopo decenni in Italia sta ricreando uno spazio di discussione sulla condizione delle donne aggregando le varie realtà associazionistiche fino ad ora frammentate e disperse. 

Sempre in Italia, a Roma, verso la fine di ottobre si celebrerà il congresso della Federazione dei Giovani Socialisti. Comunità piccola ma vivace, la più attiva nelle piattaforme europee e ricca di dibattito culturale. L’unica giovanile storica d’Italia che ha resistito ai terremoti del sistema partitico.

Questi sono i primi cinque eventi che mi sono venuti in mente, i più vicini temporalmente, in cui si manifesta il fermento giovanile e/o femminista, a sinistra.
Perché aprire questo blog con un elenco? Per farne un promemoria. Per ricordare che un’alternativa c’è, ma è dispersa e frammentata. Che l’apatia giovanile è una leggenda e quando c’è una visione in campo i giovani arrivano e ne sostengono le proposte. Che i luoghi organizzati in cui il dibattito è molto oltre le becere guerre tra poveri alimentate dai nazionalismi e i populismi che stanno oscurando il panorama politico europeo c’è. Il problema è che non si vede e non si sente.

Un promemoria per dire che chi dice che le prossime elezioni europee saranno una sfida tra chi crede nell’Unione europea non dice tutta la verità: le prossime elezioni europee saranno una sfida tra chi ha una visione e chi non ce l’ha.

La nostra generazione è spaventata, come le altre. Ma più povera, in termini materiali e non. Nel mezzo del nulla politico, senza visioni capaci di ispirare. Più individualista e per questo ancora più difficile da organizzare. Ma non significa che non esista politicamente. Soprattutto, non significa che non possa avere voce in capitolo. Questi cinque eventi sono solo una goccia nel mare della mobilitazione giovanile nelle nostre società.

Ribellarsi all’attuale dominio culturale e politico dei nazionalisti, neoliberisti e dei populisti di destra significa lanciare una visione capace di ispirare, nel breve quanto nel lungo periodo. Significa dare all’idea del domani una forma precisa, che possa scaldare i cuori e non parli solo di legge di bilancio e, soprattutto, smetta di rincorre gli argomenti altrui. Dare un’alternativa e mobilitare i deboli.

Una visione alternativa e coraggiosa è già qui. Diamogli spazio e voce. Partecipiamo!

 

Das News è una testata registrata presso:
Tribunale di Enna n.131 del 10 maggio 2012

Editore: Associazione Don Bosco 2000.
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